Quello del camposanto comunale è uno
dei più bei campanili "storici" della città di Troia,
ma, per uno strano scherzo giocatogli dal destino, è
anche il più fatiscente e abbandonato. Le sue vicende
sono strettamente connesse con quelle della chiesa di S.
Bernardino e dell'adiacente Monastero dei Frati
"Zoccolanti"(Minori Osservanti di S. Francesco di
Assisi): le due campane "una grande, ed un'altra
mediocre", un tempo esistenti nella sua robusta
cella campanaria, servivano proprio a scandire le ore
monastiche e ad invitare alle sacre funzioni e alle
solenni processioni i pii fedeli che erano soliti
frequentare il tempio con gran concorso. Tutto il
complesso, esistente sin dal sec. XV e poi ricostruito
nel XVII sec. in seguito ad un incendio, cadde in rovina
entro il primo quindicennio dell' 800. Il 27 giugno
1811, infatti, l'Intendente di Capitanata, per
ottemperare a quanto richiesto dalle leggi Napoleoniche,
dopo essersi preventivamente accordato con S. E. il
Ministro del Culto, aveva emesso l'ordine per lo
sgombero e la soppressione del detto convento. Alcuni
documenti conservati presso l'Archivio di Stato di
Foggia riportano l'inventario completo di quanto
esisteva nelle 17 celle, nel refettorio e negli altri
ambienti dei monaci al momento della chiusura. Dallo
stesso inventario sappiamo che la chiesa era assai
riccamente arredata: vi esistevano, tra l'altro, un
organo coperto di legno d'abete, le statue lignee di S.
Bernardino, S. Pasquale, S. Francesco, S. Matteo,
dell'Immacolata Concezione e di S. Antonio col Bambino;
e poi il simulacro in carta pesta di S. Rocco, un grande
crocifisso, i quadri su tela di S. Apollonia, S. Vito,
S. Diego e S. Filippo Neri, un altare centrale di marmo
con tre scalini e un ciborio con portellino di "ramocipro".
Non mancavano sei altarini marmorei più piccoli disposti
lungo le pareti laterali della navata e corredati
ciascuno di sei candelabri in legno indorato, di un
crocifisso e di quant'altro servisse al culto.
Esattamente un mese dopo la soppressione, tutti i
quadri, le statue, i marmi ed i libri censiti furono
presi in consegna dal sindaco di Troia Giuseppe Giuliani
e poco più tardi nella chiesa, rimasta per svista
esclusa dal Real Decreto del 1813 che donava i conventi
soppressi ai rispettivi Comuni, cessò la celebrazione
della messa e degli altri esercizi di pietà. Allora il
Vescovo Mons. Palmieri, il neo-Sindaco Baldassarre
Curato e il Decurionato si rivolsero a più riprese
"A.S.E. il Sig. Marchese Regnano Intendente di
Capitanata" richiedendo l'aggregazione del convento
al comune e la riapertura della chiesa "colla
sorveglianza di qualche degno Ecclesiastico di fiducia
del Vescovo" e specificando che fra i "pezzi di
devozione" in essa presenti vi erano ancora sette
altari e tre campane. Qualora poi per giusti fini non si
fosse potuta ottenere la "pietosa domanda", le
missive sollecitavano l'intendente ad impegnarsi "a
fare accordare gli Altari, e campane di detta chiesa",
onde si potessero adornare le altre chiese, che ne
avevano preciso bisogno. Il 26 gennaio 1815 l'altare
maggiore e due altarini di marmo del convento furono
messi all'incanto dal Regio Demanio e venduti, anche se
i documenti superstiti non riportano i nomi dei
compratori. E risale al 22 marzo dello stesso anno la
"doppia petizione" con cui il Vescovo Mons. Palmieri
chiede all'Intendente di Capitanata l'autorizzazione a
far trasportare nella cattedrale, in cui concorreva la
maggior parte della popolazione di Troia, qualche altro
altare che era rimasto nella chiesa, resa ormai inutile,
e alcuni confessionali che stavano lì dentro "a
perire inutilmente". Il carteggio si interrompe con
la risposta al detto foglio del Vescovo, in cui
l'Intendente, non potendo disporre degli oggetti
necessari alla cattedrale, invita il presule ad avanzare
la domanda direttamente al Ministro del Culto cui
rimanevano affidati ufficialmente gli oggetti di culto
dei conventi soppressi. Non sappiamo con quale iter, ma
è certo che la chiesa fu riaperta al culto, e tale
rimase più o meno sporadicamente fino alla fine del
secolo, in mano agli eredi della famiglia D’Avalos. Nel
1934 il tempio era adibito a deposito di paglia, di
carretti, di avanzo di olive ed altri usi profani, come
si rileva dalla bozza della lettera presentata da Don
Raffaele Petrilli alla Madre Superiora Generale delle
Suore Religiose del Sacro Cuore di Genova (cui
apparteneva la rev.da Suor Anna D’Avalos), in cui si
domanda che "la chiesa anzidetta e le sue adiacenze
ritornino all’Autorità Ecclesiastica". Dopo alterne
vicende la chiesa fu ceduta ai Vescovi della Diocesi ed
infine al Comune. Attualmente la chiesa è senza soffitto
e pericolante, e il resto dei locali dei frati è un
cumulo di macerie. Quanto al campanile, da cui è partito
tutto il nostro lungo excursus, anch'esso è malconcio e
le sue condizioni di precaria stabilità, rese evidenti
dalle profonde crepe che lo percorrono e dallo
sfaldamento delle pareti, mettono in costante e serio
pericolo l'agibilità delle sottostanti cappelle
gentilizie del cimitero. C'è quindi urgente bisogno di
un intervento di restauro che possa garantire la
sicurezza, la conservazione e la tutela di questo bene,
troppo a lungo trascurato ma a tutti gli effetti
appartenente al nostro inestimabile patrimonio
culturale.