Nel corso delle mie ricerche sui
sacri bronzi delle chiese troiane mi sono imbattuto,
talora casualmente, in fonti a mio avviso "uniche",
rinvenute tra i documenti degli Archivi Capitolare e
Diocesano di Troia e le carte dell'Archivio di Stato di
Foggia, tutti contributi certamente preziosi alla
ricostruzione di vicende che ormai le ali del tempo
hanno inesorabilmente coperto e che, con lungo andare,
finirebbero perdute per sempre.
Le campane della cattedrale
In questa sede voglio segnalare
innanzitutto, per il suo notevole interesse documentario
e storico, un contratto stipulato in data 8/3/1819 tra
il segretario di Mons. Michele Palmieri e il fonditore
agnonese Domenico Saja per la rifusione in loco della
seconda campana della Cattedrale, pesante 6 cantari e di
proprietà del Vescovo. Dopo aver stabilito le condizioni
per il lavoro fu pattuito il seguente accordo:
"Oggi che sono li otto del
mese di Marzo del corrente anno mille ottocento
diciannove in
Foggia---------------------------------------.
Io qui sottoscritto Reverendo
Sacerdote D. Michele Piangerino delle Noci,
attuale Segretario di S. E. R.ma Monsignor D.
Michele Palmieri Vescovo di Troja, residente in
questa città di Foggia da una
parte--------------------------
E Domenico Saia di Agnone
artefice di campane, al presente di passaggio in
questa suddetta città di Foggia dall’altra
parte-------------------------------
Siamo venuti colla presente
Scrittura Sinallagmatica a termini dell’Artic.
1325 del Codice Civile provvisoriamente in
vigore alla seguente convenzione,
cioè-----------------------------------------
Esso Sig. Saja si obbliga costruire in
Troja la nuova campana, che appartiene a S.
E. R.ma, del peso di cantaja sei circa,
fondarla tutta a sue spese, come ancora
romperla , calarla, e salirla, e consegnarla
perfettamente nel campanile al suo luogo per
la fine dell’entrante mese di Aprile mille
ottocento
diciannove---------------------------------------
Esso Sig. D. Michele Piangerino, si
obbliga pagare al suddetto Sig. Saja ducati
ventuno, per ogni cantajo di metallo
lavorato.
Trovandosi metallo dippiù della campana
esistente, o meno, dopo colata, dovrà
pagarsi a carlini sette il rotolo, o
dall’una o dall’altra
parte---------------------------------------
Il pagamento della nuova campana deve
essere dopo consegnata nel campanile
suddetto-----------------------
Esso Sig. Saja, si obbliga fondere la
nuova campana con tutte le regole dell’arte,
di buon tuono consegnandola, e garantirla a
termini della
Legge------------------------------------------
Per la osservanza delle cose sopradette,
se ne sono firmati due originali, restando
uno a me Don Michele Piangerino, e l’altra
in potere del Sig. Domenico Saja, firmati
da’ rispettivi caratteri de’ contraenti
-------------------------------
Io Sacerdote Michele
Piangerino accetto come sopra
Io Domenico Saja, mi obbligo
come sopra
Sebastiano Maulucci
Testimonio presente
Pasquale D’Agnessa Testimonio
presente"
ARCHIVIO VESCOVILE DI TROIA -
Docum. di rilevanza storica B, Contratto per la
consegna della campana "del Vescovo", prima
pagina, recto
ARCHIVIO
VESCOVILE DI TROIA - Docum. di
rilevanza storica B, Contratto per la consegna
della campana "del Vescovo", prima pagina, verso
E' questa una memoria di rilievo che
conferma ulteriormente la presenza di campanari nomadi,
assai frequente in passato, quando "la carenza di una
rete viaria ed efficiente e di mezzi idonei per il
trasporto di oggetti assai pesanti, specie nella
stagione invernale, comportava l'impianto di una
fonderia provvisoria nelle vicinanze del campanile, sul
quale doveva andare a finire il prodotto". Di
particolare importanza risulta l'annotazione "al
presente di passaggio in questa suddetta città di
Foggia": attraverso varie campane ancora presenti su
diversi campanili, modesti o solenni, della nostra zona,
è possibile ricostruire un vero e proprio itinerario
verosimilmente compiuto dall'artefice Domenico Saja,
giunto in Capitanata dalla lontana Agnone. Nel marzo
1819 Domenico Saja si trovava a Foggia perché era stato
incaricato di fondere una sacra squilla per il
rinascimentale campanile della Collegiata. Quella
campana è ancora funzionante e occupa il terzo posto
nell'attuale concerto di 6 elementi del Duomo; vale qui
la pena di descriverla. Essa misura 106 cm di diametro e
pesa 750 Kg ca. Tra le due righe delineate in alto,
sulla testata della campana, è inserita l'iscrizione "S.
MARIA DELL'ICONAVETERE PROTETTRICE DE' FOGGIANI A. D.
1819". Appena sotto l'iscrizione si svolge una
decorazione a festone in giro. Il ventre della campana,
ossia il corpo centrale della stessa, è decorato
sobriamente con un bassorilievo raffigurante un
ostensorio raggiato con la particola consacrata,
evidenziata dal trigramma cristologico IHS (Iesus
Hominum Salvator): questo singolare attributo sta ad
indicare che la campana considerata non apparteneva alla
chiesa Collegiata, sebbene ospitata nel suo campanile,
ma era della Confraternita del Santissimo Sacramento,
con sede nella Cripta della Cattedrale. Si trattò
evidentemente della rifusione di un bronzo preesistente,
che forse si era incrinato: infatti, già nella relazione
sulle vicende storiche della Cattedrale di Foggia dalla
sua fondazione al 1680, redatta dal canonico Girolamo
Calvanese nel dicembre 1694, in occasione della visita
Pastorale di Mons. E. G. Cavalieri, Vescovo della
Diocesi di Troia, a proposito del campanile (edificato
nel 1646) si legge: "Vi sono due campane della
chiesa, l'altra del SS.mo, la quarta
campana grande è rotta, e servata la forma nell'istrumento
stipulato con la città nel 1622 devesi rifare dalla
medesima città" . Questa campana rintoccava, tra
l’altro, quando i confratelli del SS.mo portavano il
viatico ai malati, come si deduce dal "Ristretto
delle nuove Capitulaz.ni fac.de
della nuova confraternita del SS.mo Corpus Dni"
datato al 5 marzo 1705 e conservato nell’Archivio
Vescovile di Troia. Il prefato documento registra
infatti: "In primis, che li Signori Mercanti , e
Negozianti di questa piazza debbiano (sic) con il
solito loro zelo andare ad accompagnare il SS.mo Viatico
per l’infermi in qualunque giorno, et in qualunque hora, sonando li tocchi della campana, secondo il
solito, ma con più sollecitudine, et in maggiore numero
del solito". Lo stato di conservazione di questo
bene culturale dimenticato, può dirsi discreto: oltre ad
una piccolissima sbrecciatura sull'orlo inferiore, va
notato che la superficie rivolta all'esterno della
torre, diversamente da quella che da' verso l'interno
della cella, è assai ossidata: l'azione degli agenti
atmosferici lungo i 185 anni di vita del sacro bronzo ha
generato naturalmente una insidiosa patina
verde-bluastra. Essa impedisce all'occhio di distinguere
chiaramente il bassorilievo presente su quel lato:
sembra trattarsi di un crocifisso. Questa campana,
assieme alle due sorelle maggiori, il campanone (detto
comunemente "la campana della Madonna") e la campana
seconda, è dotata di un particolare dispositivo
elettromeccanico che ne permette, in occasione dei
giorni festivi, delle solennità e delle processioni, il
suono "a dondolamento col battente", a campana ferma,
secondo un antichissimo metodo un tempo manuale e assai
diffuso nell'Italia centrale e meridionale .
Foggia, Collegiata. La
campana terza, fusa nel 1819 dall'artefice di Agnone Domenico Saja.
Foggia,
Collegiata. Particolare dell'inconsueto
bassorilievo con l'ostensorio raggiato e interno
della campana, col dispositivo elettromeccanico
per il suono "a dondolamento col battente".
***
Fino ad ora, le notizie più antiche
relative al "campanone" della Cattedrale di Troia
indicavano come prima data di fusione il 1464. In realtà
la prima campana maggiore di cui la chiesa venne dotata
risale a più di tre secoli prima, e per la precisione al
1137. Si trattò di un bronzo "commemorativo", fatto
fondere dall’allora vescovo Guglielmo II Normanno per
ricordare un fausto evento: il ritorno dei cittadini
profughi nelle loro abitazioni e il conseguente
ripopolarsi del paese, dopo alcuni anni in cui era stato
completamente disabitato, a seguito di una lunga serie
di alterni fatti storici che è bene rievocare in breve.
Già dal principio dello scisma tra Chiesa d’oriente e
Chiesa d’occidente nel lontano 1059, Troia era rimasta
latina e legata a Roma, che la aveva ricompensata
conferendole privilegi ed esenzioni. Quando l’antipapa
Anacleto II, succeduto a Gregorio VIII antipapa, invase
il pontificato, e si fortificò nella città di Roma, il
Papa Innocenzo II, vero Vicario di Cristo in terra, fu
costretto a rifugiarsi in Francia. Dal canto suo
Anacleto, per fortificarsi, si conquistò il favore di
Ruggero II di Sicilia, Normanno, concedendogli il titolo
di Re, che gli era stato negato in precedenza da
Innocenzo, e donandogli l’Abruzzo, la Basilicata, il
Ducato di Puglia ed il Principato di Capua. Tra le città
più ostili a Ruggero c’era proprio Troia che parteggiava
per il partito Papalino. Quando Lotario II imperatore,
Duca di Sassonia, alleato del Papa, dopo essere sceso in
Italia per tentare di cacciare Anacleto, non potendovi
resistere "perché non haveva menato seco più di 2000
soldati", se ne tornò in Germania, Ruggero colse
l’occasione per assaltare la Puglia e, ricordandosi
della ribellione dei troiani, il primo agosto dell’anno
1133 sfogò il suo sdegno contro la città, la prese e la
distrusse, e divise il popolo troiano in 12 casali. Nel
1135 l’Imperatore Lotario con l’intento di liberare
l’Impero dal nemico, prese Amalfi con le terre
circostanti. Ruggero fu posto in fuga dai Pisani, uniti
con i Papalini, e se ne andò in Sicilia. E il papa tornò
a Roma con Enrico, genero di Lotario, e indetto un
concilio, scomunicò Anacleto e Ruggero. Enrico portò
l’esercito in Campania e, riconquistatala, giunse in
Puglia dove "con poco contrasto prese Troia, che
stava dissabitata delli Cittadini Troiani, et tornorono
questi ad habitarla". E fu così che nel detto anno
1137 in cui Troia "fu tornata ad habitarsi, il
Vescovo per allegrezza fece fare in giorno di sabato del
mese d’ottobre una campana di libbre 3000,e
donolla alla Chiesa".
Ancora relativamente alle campane
della Cattedrale, va segnalata, fatto del tutto
singolare, l'individuazione di una curiosa foto d'epoca
col prospetto del Duomo, in cui il fornice della campana
maggiore si presenta vuoto. Tale immagine compare alla
pag. 10 del fascicolo N.86, appartenente alla serie
"Le cento città d'Italia illustrate", relativo a
Foggia e alla Capitanata ed edito verso gli anni 1940-50
dalla Sonzogno di Milano. Si tratta della riproposizione,
in forma elegante e pregiata, curata da Guido Vincenzoni
con la collaborazione di noti scrittori e studiosi del
tempo, di una collana omonima iniziata nel 1887 come
supplemento mensile illustrato de " Il SECOLO", che era
corredata delle medesime immagini incise.
Poiché il supplemento originale N.
10725, redatto dal "gerente responsabile" Aniceto
Persighetti, risale al 25 ottobre 1895, ne deriva
evidentemente che la foto della cattedrale fu scattata
tre anni prima, nel 1892, proprio mentre la nuova
campana maggiore era in fusione, o comunque prima che
venisse ricollocata al suo posto: una perizia conservata
in Curia tra i documenti del Capitolo Cattedrale, datata
al 14 agosto 1892, elenca tutto l'occorrente per la
rifusione di tre campane della Cattedrale, del peso
complessivo di 22 quintali. Raccontano che, quando il
vecchio campanone si incrinò, i troiani avvertirono
imminente bisogno di ripararlo. Pertanto furono
interpellati gli abili maestri d'arte campanaria di
Agnone. E come luogo in cui realizzare la "forma" per la
colata furono scelti i locali di una ex parrocchia da
poco aggregata alla Cattedrale, la chiesa di S. Giovanni
al Mercato che, ormai sconsacrata, si trovava in stato
di grave abbandono. Inconsapevolmente, però, la forma fu
realizzata sulla volta cedevole di una antica fossa
tombale, per cui al momento della colata, dato il peso
eccessivo del bronzo ed il forte calore, il tutto
sprofondò rovinosamente nel sottosuolo. La popolazione
interpretò quell'evento come un tristissimo presagio.
Ma, superato il primo momento di sgomento, la fossa fu
scavata in un luogo di sicura solidità, e per la
precisione ai piedi del campanile della Cattedrale. E
una gran folla di persone offrì spontaneamente gioielli,
monete di rame, d'oro e altri oggetti preziosi,
prestando fede ad una antica tradizione secondo cui, se
al bronzo si mescola dell'oro, il suono della campana
risulterà più puro.
COLLEZIONE PRIVATA U.G.
PIGNATIELLO - Le due immagini che mostrano la
torre campanaria della cattedrale priva del
campanone. Quella a sinistra è l'originale
pubblicata negli anni 1940-50, l'altra è la
rispettiva incisione uscita cinquant' anni prima
nel 1895.
Le campane di S. Domenico
Tra le campane più preziose a livello
di microstoria del nostro territorio figurano le due
vetuste squille "affacciate" al campanile a vela della
trecentesca chiesa di S. Domenico. Esse, pesanti
rispettivamente 250 Kg ca e 130 Kg ca, riportano, ad
indicazione della data di fusione, l'anno 1755, e la più
grande, irrimediabilmente incrinata dall'uso e
dall'ingiuria dei tempi, tramanda il nome del fonditore
di entrambe: oltre ad una devota invocazione alla
Vergine Immacolata vi si legge "Opus
Johannes Dominici Tarentini Terre Ursarie",
Opera di Giovanni Domenico Tarantino della Terra d'Orsara.
Risulta quindi inequivocabile che si tratta di due
opere, di discreta fattura, ascrivibili ad una
bottega locale operante durante la seconda metà del
sec. XVIII. L'officina poteva certamente vantare la
grande competenza ed esperienza delle maestranze che vi
lavoravano, come è possibile dedurre ancora una volta
dalla documentazione archivistica pervenutaci. Nella
sezione manoscritti della Biblioteca Diocesana di Troia,
infatti, tra gli statini dei matrimoni celebrati nel
1740, sono stati rinvenuti gli atti dello stato libero
del Magnifico Giandomenico Tarantino: dovrebbe
trattarsi, salvo un singolare caso di omonimia, proprio
dell'artefice in questione, il quale nacque ad Orsara il
29 marzo 1703 dai coniugi Porzia Straziota, orsarese, e
Francesco Tarantino della città di S. Angelo dei
Lombardi. Questa indicazione, se riferita alla persona
esatta, ascriverebbe Giandomenico alla antica e nota
dinastia dei fonditori Tarantino, che per molti anni,
assieme ai Ripandelli, mantennero la tradizionale arte
della fonderia di campane nella cittadina Irpina. Tali
ditte fonditrici risultano essere state particolarmente
attive nel Subappennino Dauno e in diocesi di Troia
lungo tutto il corso del sec. XIX: Michele Tarantino
plasmò nel 1873 e nel 1889 due campane rispettivamente
per le chiese di S. Francesco e dell’Annunziata di
Troia, mentre il suo nome fu da lui registrato, a
perpetuarne la memoria, su un sacro bronzo di notevoli
dimensioni (diametro della bocca: cm 90; altezza esclusi
gli anelli terminali di sostegno: 80 cm) fuso per la
Parrocchiale di S. Maria Assunta in Biccari nell’
"Anno Domini 1886". Peculiari di questo artefice
sono soprattutto le invocazioni alla Madonna che egli
soleva iscrivere sui suoi manufatti, ricavandole sovente
dal Saluto angelico di Nazaret e quindi dalla chiara
preghiera dell’Ave Maria ("Ave Maria Gratia Plena ora
pro nobis"; "Sancta Maria ora pro nobis"). Un
altro membro della famiglia Tarantino di S. Angelo dei
Lombardi portò il nome di Fiore: il Censimento delle
Campane della Diocesi di Troia, compilato nel 1943,
registra che una delle due campane della Regolare di S.
Antonio, sempre in Biccari, era stata da lui realizzata
nel 1872. Il bronzo risulta del diametro di 63 cm e
decorato con greche e ricami e con le figure
dell’Immacolata, di S. Antonio di Padova e S. Donato,
protettore della comunità biccarese. Quanto all’altra
dinastia di fonditori irpini, sappiamo che nel 1832 i
"Fratres Ripandelli Sancti Angeli Lombardorum"
fusero una campana di 800 Kg, alta 110 cm e del diametro
di 109 cm per il campanile della chiesa parrocchiale di
S. Angelo e S. Nicola di Orsara, dedicandola
all’Arcangelo Michele, potente patrono orsarese, e
fregiandola di una particolare fascia a ricami lungo la
corona superiore. Sei anni dopo, e per la precisione nel
1838, Antonio Ripandelli rifuse una campana per la
piccola vela di S. Vincenzo Martire a Troia. La squilla
originale, pesante 110 Kg, non esiste più: fu nuovamente
colata nel 1963 dalla fonderia Giustozzi di Trani.
Infine, sempre a Troia, nella chiesa di S. Domenico è
conservato un ennesimo interessantissimo reperto
campanario: si tratta di una campana fatiscente e
inservibile depositata nella cappella laterale della
chiesa. Su di essa si legge: "TARANTINO E RIPANDELLI
FECERO A.D. 1894". Ne scaturisce la non improbabile
ipotesi secondo cui verso la fine dell’ 800 le due ditte
fonditrici di S. Angelo dei Lombardi si sarebbero
associate unendo e armonizzando le loro abilità e
conoscenze tecniche nel campo dell’arte fusoria per
ottenere dei prodotti ancora migliori qualitativamente
in fatto di resa sonora e perfezione artistica.
Un cospicuo carteggio dell'archivio
di Stato di Foggia, come già anticipato, mi ha permesso
di giungere a conoscenza delle vicende inedite relative
alla fusione di una campana, oggi non più esistente, per
il Pio Stabilimento dell'Annunziata di Troia e inerenti
al periodo che intercorre tra il 1824 e il 1829. Si
tratta di una storia davvero singolare per via delle
implicazioni legali che comportò, fino a rasentare
l'ambito giudiziario. Tutto ebbe inizio quando il Priore
"pro tempore" della Congregazione della SS.
Annunziata, D. Baldassarre Salandra pensò di far
rifondere la più piccola delle tre campane esistenti in
quella chiesa, che si era incrinata, affidandola
all'artefice di Agnone Domenico Saja. Questi, con
dichiarazione dell'11 ottobre 1824, sottoscritta da lui
e dai testimoni Isidoro Maria Stanchi e Luigi Frisoli,
assicurava di aver ricevuto il metallo della detta
campana rotta del peso di rotoli 125, e si obbligava
"a fonderne un'altra di simil peso a tutte sue spese, e
consegnarla nella Sagrestia di detta chiesa, con
riceversi per manifattura della medesima il compenso di
ducati 12, da pagarsi nel giorno della consegna". Il
fonditore avrebbe adempiuto alla consegna appena gli
fosse riuscito di avere la campana appartenente alla
chiesa del comune di Celle San Vito, per fonderle così
unitamente. Detto campanaro realizzò la forma per la
nuova fusione, in un basso del soppresso Convento di S.
Bernardino, ma poi partì da Troia portando con sé la
campana, e non vi fece più ritorno per completare
l'esecuzione. La faccenda rimase sotto silenzio fino
all'ottobre 1826, quando l'Amministrazione della
congrega passò a Michelangelo Lostorto, il quale, in una
lettera inviata al Signor San Angelo, Intendente di
Capitanata e Presidente del Consiglio Generale di
Beneficenza, il 22 marzo 1827 riferì che la campana
rotta venduta "con grande scandalo della popolazione"dal
suo predecessore Baldassarre Salandra si bramava dalla
Marchesa del Vasto per rifonderla a sue spese,
"avendo (sott. ella) della grande divozione per
questa chiesa dell'Annunziata".Il Lostorto pregava
così l'Intendente perché desse le opportune disposizioni
in modo da costringere lo stesso Salandra a consegnare
il metallo. Era pertanto necessario sapere con certezza
quale fosse il peso effettivo della campana rotta in
quanto, avendo "l'impudenza dei nemici" preteso
di dichiarare la scrittura d'obbliganza stilata dal Saja
falsa e fatta in frode dello Stabilimento, le opinioni a
tale proposito erano le più svariate e contrastanti: il
Salandra sosteneva la tesi dei 125 rotoli, il Lostorto
attestava che il peso del metallo "doveva essere di
cantaja sette", mentre il Giudice Regio aveva
verificato "di essere di circa cantaja tre".
Allora l'Intendente, con suo ufficio del 29 maggio 1827
n° 2712, affidò al Dottor Giuseppe Petruzzi, Regio
Giudice Supplente del Circondario di Troja, il compito
di liquidare il vero peso della campana. Pertanto
questi, volendosi assicurare almeno di una valore
approssimativo, si trasferì personalmente nella chiesa
dell'Annunziata e, salito sul campanile con l'intervento
dell'allora amministratore e, chiamati i maestri
falegnami Pasquale de Leonardis e Francesco Paolo Lizzi,
ed i muratori Luigi Gioioso e Saverio Aquilino, tutti
domiciliati in Troia, fece calare da costoro una delle
due campane esistenti, e propriamente la minore che era
simile a quella data a fondere dal Salandra. Tale
campana, pesata diligentemente, si trovò del peso netto
del solo metallo di rotoli 270, per cui, operando una
deduzione di peso "a regola d'arte", si
sottrassero da tale cifra i dispari rotoli settanta
rilevando che il peso della campana rotta ascendeva
approssimativamente a circa 200 rotoli. Il Consiglio
Generale di Capitanata, con ufficio del 15 settembre
1827 n°1863, pregò il Regio Giudice di "obbligare con
tutti i mezzi coattivi il passato amministratore Sig.D.
Baldassarre Salandra alla pronta consegna del metallo
della campana suddetta nella suddetta quantità". E
il Salandra, vedendosi obbligato alla consegna di rotoli
200 di metallo (due cantaje) continuò, senza tuttavia
riuscire a piegare la decisione del Consiglio di
Beneficenza, a far presente a "Sua Eccellenza il
Signor Intendente" che il peso della campana in
questione era di rotoli 125, come poteva constatarsi
"da' maestri che la calarono dal campanile, e dalle
persone probe che assistettero al peso, quando
dall'oratore venne all'artefice consegnata, nonché
dall'obbligo dell'artefice medesimo". Lo stesso
Salandra, dovendo a sua volta ricevere il metallo dal
fonditore di Agnone per poterlo restituire, implorò dal
detto Consiglio Generale una proroga di 40 giorni che
gli fu subito accordata, ma scaduto il termine il
metallo ancora non si era visto. Così l'Intendente si
risolse a interpellare il Sotto Intendente di Bovino
imponendogli, con ufficio del 15 gennaio 1828 n°985, di
spedire subito due piantoni in casa dell'ex
amministratore, "da non ammuoversi se pria non sarà
adempiuta la consegna del metallo suddetto".
L'ordine fu eseguito solo dopo cinque mesi e i due
piantoni furono piazzati dove prescritto il 17 giugno di
quell'anno.
Ma il Salandra, nonostante tutto,
continuò a chiedere dilazioni, fino a un totale di
quattro per lo spazio del solo anno 1828, sicché "lo
sperimento della coazione" andò avanti con il
coinvolgimento del "Primo Battaglione e Squadrone di
Gendarmeria Reale Comando dell'Arma in Capitanata" che
sostituì i due piantoni con due gendarmi fissi
perennemente in casa del medesimo. Messo alle strette
finalmente nell'agosto 1828 l'ex priore consegnò in
piccoli pezzi 43 rotoli di metallo all'amministratore M.
Lostorto il quale, fattoli osservare ad un maestro
conoscitore del bronzo ebbe la conferma che si trattava
di "schiuma di metallo inservibile". Per tutto il
dippiù che mancava a compiere le due cantaja del voluto
metallo, giusta la decisione del consiglio di
Beneficenza, si disse pronto a "pagarne l'importo a
ragione di docati 50 il cantajo", qualora non gli
fosse riuscito di recuperare il bronzo dall'artefice
maestro campanaro Saja, rilasciando a favore
dell'Amministratore della congrega un biglietto di
tenuta uguale all'importo del dippiù mancante con la
firma di suo fratello Giuseppe Salandra, pagabile entro
dicembre 1828. Allora il Consiglio Generale accordò la
sospensione delle coazioni e la dilazione di un mese per
la consegna dei residuali rotoli 157 di metallo. Senza
aspettare il termine di tale differimento, entro il 27
novembre 1828 il Salandra aveva consegnato i dovuti
"docati 78 e grana cinquanta". Subito Lostorto,
amministratore dello Stabilimento, mandò a chiamare il
fonditore Ferdinando Olita, del comune di Vignola, in
Basilicata, residente a Lucera, per formare una nuova
campana di due cantaje, convenendo con lo stesso per
ducati 65 il cantajo, per cui l'intero valore sarebbe
ammontato a ducati 130.
Siccome il denaro che si sarebbe
recuperato dal Salandra, compreso il metallo rotto in
rotoli 43, era di ducati 100, occorreva il resto di
ducati trenta. Poiché le circostanze di quello
Stabilimento non permettevano che la detta somma di
ducati 30 si prendesse dalle imprevedute di quell'anno,
né poteva rateizzarsi tra i confratelli in quanto essi
non avevano mai contribuito a cosa alcuna per il
mantenimento della chiesa, e quei pochi registrati nel
libro non intervenivano mai in congregazione,
l'amministratore stesso si offrì per finanziare la
fusione, compiendo un prestito gratis in onore della
SS.ma vergine, pregandola poi a benignarsi di dargli
"le analoghe autorizzazioni, onde ricuperare della somma
dal cassiere del venturo anno, con approvare insieme la
formazione della nuova campana, contrastata da due anni
continui" con qualche sua inimicizia. Se non che il
Consiglio Generale determinò che si acquistasse per la
chiesa dell'Annunziata una campana del valore non
superiore alla somma che era disponibile all'oggettoe
così il priore Lostorto, con i 43 rotoli di metallo e i
78.05 ducati ricevuti dal passato amministratore
Salandra, fece formare al succitato fonditore una
squilla di rotoli 152, pesante esattamente quanto quella
che si era incrinata cinque anni prima, e del costo di
ducati 99.60, come appare dalla ricevuta qui trascritta:
"Ho ricevuto io qui sottoscritto
Ferdinando Olita Maestro Campanaro del Comune di Vignola
della Provincia di Basilicata domiciliato in quello di
Lucera Provincia di Capitanata dal Sig.rMichelangelo Lostorto attuale Amministratore
del pio Stabilimento della SS. Annunziata di Troja la
somma di ducati novantanove e grana sessanta, e sono del
prezzo di una campana consegnata al detto Amministratore
del peso di rotoli cento cinquantadue alla ragione di
ducati sessantacinque il cantajo, e pel prezzo di un
battocchio di ferro per uso di detta campana di rotoli
sette circa. Onde a cautela
Dico Ducati 99.60"
Ferdinando Olita Troja li 25 marzo 1829
Il sacro bronzo fu benedetto dal
Vescovo Mons. Antonino Monforte il giorno 24 di marzo
dello stesso anno e fu posta in azione nel medesimo
giorno "con grande ammirazione del popolo".
Di seguito, a conclusione del lungo
excursus, si riporta il notamento delle spese occorse
per l'installazione della campana:
Notamento di spese fatte
per la nuova Campana
Annunziata
Il Manichone lungo palmi
5……………………………..……..duc. 1=40
Per quattro
Grappe…………………………………………..…duc. 0=80
Per chiodi addattati alla
medesima…………………...…duc. 0=30
Le castagniole di legname, e
ferro dentro al muro……duc. 0=65
Per accomodo del Palo di
ferro……………………………….duc. 0=15
Per Salatura sopra al
campanile.........................… duc. 0=80
Per trasportarla alla chiesa,
perché la dovette benedire
ARCHIVIO DI STATO DI FOGGIA -
Opere Pie, SI B 1868, f.5, Ricevuta di ducati
99.60 per la fusione della nuova campana dello
Stabilimento dell'Annunziata.
ARCHIVIO DI STATO DI FOGGIA -
Opere Pie, SI B 1868, f.5, Preventivo delle
spese connesse all' installazione del sacro
bronzo.
***
Fino al 1952 sul campanile della
chiesa dell'Annunziata erano site tre campane
rispettivamente del peso di 220 Kg, 120 Kg e 105 Kg.
Quando in quell'anno il tempio fu chiuso al culto, la
prima campana venne portata sulla torre campanaria di S.
Francesco, mentre le campane terza e seconda vennero
trasferite sul campanile di S. Giovanni al Mercato. Sul
manto dell' appena citata campana seconda (già
proveniente dalla chiesa di S. Leonardo e ora la prima
nel concerto di S. Giovanni al Mercato) è presente in
rilievo uno "strano simbolo a "B" coricata
",
all'apparenza difficilmente decifrabile. Esso è in
realtà una riproduzione parziale e semplificata,
denotata cioè dall’espunzione di ogni particolare, del
logo della Confraternita di S. Leonardo, fondata nel
1475 a Troia dal Vescovo Stefano Gruben. Si tratta
infatti non di una "B" rovesciata, bensì di un paio di
manette la cui forma e posizione ricorda quella della
seconda lettera dell’alfabeto latino, con chiaro
riferimento a S. Leonardo stesso, cui il bronzo è
dedicato. Egli infatti, da patrono dei carcerati,
intercede per liberarci da ogni genere di catene e da
ogni schiavitù morale e materiale. Tutto ciò afferisce
all' "universo" , in larga parte ancora
inesplorato, dei segni iconografici impressi sulle
campane, che spesso, alla maniera degli affreschi e
delle pitture negli edifici religiosi, sono così carichi
di riferimenti e significati simbolici da conferire
anche ad una piccola squilla la ricchezza propria di una
piccola Bibbia del popolo.
Foto delle targhe troiane del
1595 con il simbolo della confraternita di S.
Leonardo . Sono evidenti le manette e la catena.
UN ESEMPIO DI CAMPANA DI COMMITTENZA
DUCALE NELLA CHIESA DI S. MARIA DELLE GRAZIE IN CONTRADA
TERTIVERI
Descrizione tecnico-artistica e
ipotesi storiche sul padronato dei duchi Pignatelli di
Montecalvo Irpino
Sul caratteristico campanile a vela
della cappella di S. Maria delle Grazie a ertiveri è
appesa una campana pesante 100 Kg ca., la cui iscrizione
rappresenta l’unica testimonianza epigrafica ancora
presente in quella chiesa e permette di ipotizzarne
diverse vicende relative al presunto diritto di
padronato che su di essa poterono esercitare i Duchi
Pignatelli di Montecalvo. Il manufatto, peraltro
abbastanza ben conservato a parte lievi scheggiature
lungo l’orlo inferiore, è quasi certamente opera di
qualche bottega locale attiva alla fine del XVIII sec.,
ma non riporta il nome dell’artefice. Si può comunque
affermare con certezza il carattere "moderno" del
prodotto : il diametro alla bocca, di 60 cm, è uguale
alla misura dell’altezza (calcolata escludendo la corona
a tre maniglie, alta 17 cm). In alto su tre righe si
legge:
"(1a riga superiore)
DOM. IOANNES PIGNATELLIVS MONTISCALVI DVX ET FEVDI
TVRTIBERIS DNVS/(2a riga superiore)
TEMPORE AFFICTVS FRATRVM LAMONICA TERRAE ORSARIAE/(3a
riga superiore) FIERI MANDAVIT A.R.S. MDCCLXXXIX"
(testo integrato):
"DOM(inus) IOANNES PIGNATELLIVS
MONTISCALVI DUX ET FEVDI TVRTIBERIS D(omi)NVS/TEMPORE
AFFICTVS FRATRUM LAMONICA TERRAE ORSARIAE/FIERI MANDAVIT
A(nno) R(eparatae) S(alutis) MDCCLXXXIX"
Il testo, scritto in un latino tardo
e non sempre grammaticalmente corretto, può tradursi
letteralmente come segue :
"Don Giovanni Pignatelli, Duca di
Montecalvo e Signore del Feudo di Tertiveri, nel periodo
del fitto dei fratelli Lamonica della Terra d’Orsara
fece fondere nell’anno della Redenzione 1789".
Il Duca Giovanni Pignatelli fu quindi
il munifico benefattore che procurò la fusione della
campana. Poche sono le notizie di cui si dispone quanto
ai fratelli Lamonica, evidentemente affittuari nella
proprietà del duca: alcuni documenti della Biblioteca
privata della famiglia Jamele di Troia riportano che
proprio nel 1789 Don Vincenzo Lamonica era Arciprete del
Capitolo di Orsara, e si azzarda l’ipotesi che lo stesso
possa essere stato in contemporanea Cappellano di
Tertiveri. "Fratello germano del detto Arciprete"
fu Clemente Lamonica, il quale forse ricopriva il ruolo
di Economo o Guardiano della detta cappella della
Madonna delle Grazie. E’auspicabile in futuro
l’individuazione di documenti archivistici tali da
confermare le congetture sopra esposte.
La campana presenta in alto, sotto
l’iscrizione, un fregio in giro. E’ inoltre decorata da
due bassorilievi: da un lato spicca una graziosa Madonna
Immacolata con aureola di sette stelle e ai suoi piedi
un breve fregio il cui motivo si ripete, in giro ed in
modo speculare, lungo la fascia decorativa appena sopre
la bocca della campana; dal lato opposto alla Madonna
campeggia lo stemma nobiliare dei Pignatelli. La
riproduzione dell’arma apposta sulla campana presenta
delle interessanti particolarità: nei manuali di
araldica lo stemma della famiglia Pignatelli di
Montecalvo, comune pure ai rami di Casalnuovo e
Monteroduni, risulta: "Di oro con tre pignatte di
nero disposte 2,1 (le due superiori affrontate), con un
lambello a tre pendenti di rosso nel capo" .
Diversamente, sul manto della campana l’arma, sebbene
presenti tutti gli elementi suddetti, il lambello e le
tre pignatte, ha queste ultime disposte 1,2 di cui le
due inferiori affrontate. Imperfezioni formali possono
riscontrarsi nell’epigrafe: le lettere che la compongono
non sono infatti sempre perfettamente allineate tra loro
entro il sistema bilineare, specie nei termini finali
del secondo rigo, dove in "TERRAE" la doppia R è
alquanto inclinata, mentre la S di "ORSARIAE" è ben più
bassa rispetto ai segni grafici circonvicini. Questa
squilla viene sonata manualmente a distesa grazie ad un
asse di ferro con cicogna che, sostituendo il vecchio
supporto ligneo originale, la tiene in bilico e le
permette di spiegare i suoi rintocchi argentini per
chiamare la gente dalle vicine masserie per le
celebrazioni religiose.